ANALYTICS o quando Target scoprì la gravidanza di una teenager prima di suo padre.

Analytics. Penserai che è decisamente una parola da informatici. Potresti non aver torto, in effetti. Eppure, è una parola che più di altre influenza la tua quotidianità. Forse più di quanto la influenzino la parola pane o formaggio.

Non ci credi? Ti dimostrerò, se avrai la pazienza di venire con me in Minnesota e di spostarci indietro nel tempo di qualche anno, che è esattamente così.

Minnesota, 2012. 

C’è un uomo che cammina nervosamente di fronte alla sede di Minneapolis di una delle maggiori Retail Corporation degli Stati Uniti. Stringe in mano dei coupon che, a suo dire, sarebbero stati inviati a sua figlia. 

Pretende di parlare con qualcuno dei manager e nessuno dei dipendenti riesce a calmarlo. Non può sopportare che l’azienda abbia fatto recapitare alla ragazza, ancora liceale, buoni per culle e vestiti per neonati.

“State forse cercando di incoraggiarla a restare incinta?” Continua a protestare. 

Il manager si scusa, non sa come sia potuto accadere. Il dialogo tra i due uomini si calma, ma l’azienda è in forte imbarazzo. 

Qualche giorno più tardi, i piani alti incaricano quel manager di telefonare personalmente al malcapitato papà. Sono profondamente convinti che qualcosa, nei sistemi automatici di monitoraggio dei clienti, sia andato storto. 

L’uomo che risponde al telefono, però, ha un tono differente da quello che lo infiammava qualche giorno prima. “Le devo delle scuse”, dice al manager, “A casa mia ci sono state attività di cui io non ero personalmente a conoscenza.” 

La grande Retail di cui parliamo si chiama Target. È da anni ai vertici della Fortune 500, la prestigiosissima lista di Fortune che premia le aziende US con i ricavi più alti, accanto a Amazon, Apple e Ford. All’inizio del 2012, Target assume Andrew Pole, che il NY Times definisce come un genio della statistica. 

Ed è proprio Pole a identificare 25 prodotti che, se acquistati insieme, indicherebbero la probabile gravidanza di una donna. Individuato il bersaglio, Target invia i coupon che dovrebbero spingere quella donna ad acquistare culle e vestiti per neonati. 

Nel 2012, questo livello di tracciamento è un salto di livello decisamente notevole. In quei giorni, il NY Times titola l’articolo che racconta questa vicenda: How companies learn our secret, Come le aziende scoprono i nostri segreti. Oggi, questo sistema di iper-tracciamento a fini commerciali è la prassi. Dobbiamo averne paura?

La nostra navigazione sulla rete produce informazioni. Google, Facebook, YouTube, Instagram registrano le informazioni e producono raccolte di dati. Qualsiasi attività virtuale, ma anche molte attività reali eseguite con le app in standby, producono informazioni. 

Google, se Maps è attivo ma non in utilizzo, registra fedelmente ogni nostro posizione e, banalmente, ci mostrerà le inserzioni di negozi, ristoranti e barbieri vicini all’area in cui abitualmente ci stiamo muovendo. 

Spotify, mentre stai inconsapevolmente un brano musicale, può rilevare il tuo movimento e la tua frequenza cardiaca; se stabilisce che stai correndo, potrà mostrarti inserzioni di sneakers o abbigliamento da jogger. 

Questo avviene a qualsiasi livello e non solo a scopo commerciale. 

Se ogni giorni cucini un piatto di pasta intorno alle 14 e usi il timer dell’Iphone per contare i minuti di cottura, Apple ti suggerirà, ogni giorno intorno a quell’ora, di impostare lo stesso timer anche se, quel giorno, hai scelto una bistecca. 

A questa analisi dei dati, a questo famigerato sistema di Analytics, nessuno è immune. Un giorno, i bambini che, negli anni ‘90, volevano ancora fare l’avvocato o il pasticciere, risponderanno all’odiata domanda: “Io voglie essere un Data Analyst”. Mestiere del futuro, ma già mestiere del presente, il Data Analyst raccoglie, studia, analizza e interpreta i nostri dati con l’obiettivo di trasformarli in informazioni utili al business. 

Noi ci lasceremo sempre tracce del nostro passaggio e il web, che ha memoria di tutto, metterà sempre le nostre tracce a disposizione di chi legittimamente guadagna sui nostri bisogni. A volte, le informazioni sono talmente precise che possono indurre la Corporation di turno a stabilire la natura dei nostri bisogni persino prima che ci si manifestino. 

Se usi i servizi Google, anche tu puoi sperimentare nell’immediato quanto sia profonda la conoscenza che Big G ha di te. Se clicchi su Privacy e Personalizzazione > Personalizzazione degli Annunci, scoprirai che Google sa bene quanti anni hai, quali sono le tue preferenze musicali, sei sei sportivo o sedentario, se hai un partner o dei figli e, addirittura, a quale fascia d’età appartengono. 

I dati digitali devono essere al centro del dibattito presente e futuro sulla nostra più preziosa risorsa: la libertà. Chi controlla i nostri dati, potrebbe controllare la nostra vita, condizionare le nostre scelte, indirizzare o manipolare qualunque nostra decisione. 

Le implicazioni filosofiche di una parola come Analytics sono profonde. Ci saranno libri, convegni, dissertazioni, simposi. Molti ci sono già. Noi non abbiamo l’ardire di partecipare al dibattito. 

Senza scomodare la filosofia, infatti, scopriamo ogni giorno che l’analisi dei dati ha immane influenza sulla nostra vita quotidiana.   

Marco La Diega – digital advisor