FREEDOM o Se un’app decide quanto sei libero

Freedom. Forse ti chiederai che ci fa questa parola in un glossario delle parole digitali.

Freedom significa semplicemente libertà. Cosa a che fare la libertà con internet? Molto più di quello che puoi pensare.

Internet, nel 2020, non è più solo realtà virtuale. E, anche quando lo è, la sua virtualità ha spesso ripercussioni importanti sulla realtà quotidiana di tutti noi. Anche sulla tua.

Pensa al coronavirus e all’app di tracciamento. Quante polemiche ha sollevato il funzionamento di Immuni? Hai sentito dire da qualcuno che Immuni metteva in pericolo la nostra libertà?

Se avrai la pazienza di venire con me in Cina, ti dimostrerò che la libertà digitale è ormai libertà reale.

Il 1° marzo 2020, l’epidemia di Sars-Cov-2 non ha ancora scosso il mondo. Da molti è considerata ancora un fenomeno locale, quasi tipico. Lo chiamano il virus cinese. Nelle edicole di Manhattan, quel giorno, il New York Times va a ruba. Tre giornalisti hanno condotto e pubblicato un’inchiesta che destabilizza profondamente gli americani. Li colpisce al cuore. Al concetto stesso di libertà. 

Paul Mozur, Raymond Zhong e Aaron Krolik. Sono tutti e tre esperti di tecnologia, ma soprattutto conoscono bene l’Asia e i suoi meccanismi sociali e politici. Scrivono della lotta al Coronavirus. La loro ricerca li ha portati a Hangzhou, una metropoli da 10 milioni di abitanti che, per molti esperti, diventerà uno dei centri dell’economia globale tra pochi anni. E tanti saluti a Zurigo. A Hangzhou, c’è una statua in bronzo di Marco Polo che troneggia sulla piazza principale, ma soprattutto c’è la sede di Alibaba. 

Alibaba è un colosso dell’e-commerce di cui sentiremo parlare sempre di più. Si trova nella Global 2000 di Forbes e, già nel 2012, ha gestito vendite per 170 miliardi di dollari, una somma maggiore alle vendite combinate di Amazon e Ebay. Il gruppo Alibaba ha fondato Alipay nel 2004 e AliExpress nel 2010: l’Economist le ha dedicato una nota copertina, intitolata “The Alibaba Phenomenon”. 

Cosa c’entra Alibaba con il covid-19? Ce lo spiegano Mozur, Zhong e Krolik. Ci raccontano, infatti, che a Hangzhou si è consumato il primo esperimento di controllo comportamentale dei cittadini tramite app. L’applicazione, battezzata Alipay Health Code, è oggi diffusa in tutte le città della Cina ed è considerata strumento indispensabile sostanzialmente per qualsiasi attività che comporti o meno un contatto sociale. 

Black Mirror? No, Pechino. 

L’applicazione, che è stata realizzata da una controllata di Alibaba, genera per ogni utente iscritto un codice QR di un colore diverso: verde, giallo o rosso. 

Con il codice verde si può circolare. Con il giallo e con il rosso no; è prevista una quarantena obbligatoria di 7 o 14 giorni, al termine della quale, viene attribuito un nuovo codice. Muoversi senza l’app è diventato impossibile. 

Ma soprattutto, viene da chiedersi: come funziona questo sistema? Come fa Alipay a prendere i dati? Da dove deduce le informazioni epidemiologiche? Su quali basi, viene attribuito il codice? Pare che nessuno, a Hangzhou, sappia rispondere a questa domanda. 

Mozur, Zhong e Krolik sono sconvolti. Sembrano aver le mani su della roba radioattiva. Fanno analizzare il codice dell’app. Scoprono un legame con la polizia. 

Per i tre giornalisti, si tratta di un sistema di controllo di massa per regolamentare la vita dei cittadini. Un sistema che, molto probabilmente, potrebbe sopravvivere all’epidemia.

Alipay ha più di un miliardo di utenti. E avere un portafoglio Alipay, significa vedersi attribuito un codice. Su quali basi, ancora non sappiamo. La linea che separa il regime comunista dai colossi dell’High Tech cinese – da sempre sottilissima – sembra quasi sparire del tutto. Il sistema di condivisione dei dati fa paura. 

Io sono un utente Alipay (il che in Cina è molto più che la norma dei fatti). Nel momento in cui accedo all’app, una porzione di codice (reportInfoAndLocationToPolice) mi geolocalizza e invia un codice identificativo univoco ad un misterioso server. Il tutto sotto gli occhi dell’autorità sanitaria e delle forze di polizia. Insomma, è come se la mia Asl di riferimento usasse il mio account Amazon o Facebook per tracciare il sars-cov-2 e condividesse, senza alcun consenso da parte mia, le informazioni su tutti i miei spostamenti con i carabinieri. 

Prima di Alipay Health Code, già Pechino pensava a intensificare i sistemi di controllo di massa. Spesso in modo manuale. Per quanto possa suonare inquietante, ogni movimento veniva già annotato da appositi figuri che si occupavano di registrare i nomi delle persone, i documenti di identità e altre informazioni personali nelle stazioni della metro, sul treno, persino nei condomini residenziali. Il sistema era arrivato addirittura a rendere obbligatorio il numero di telefono per usare i trasporti pubblici, in alcune città. 

Poi è arrivata Alibaba che ha suggerito un sistema nuovo, facendo un salto decisamente di qualità. L’app ha accesso ai database governativi sui voli aerei, alle prenotazioni ferroviarie e a quelle per gli autobus. E sempre, ogni volta che qualcuno scansiona il QR, la posizione viene trasmessa sempre allo stesso misterioso server di stato.

Quando Mozur, Zhong e Krolik hanno condotto la loro inchiesta, quella da sars-cov-2 non era ancora una pandemia. 

Lo è stata dichiarata 11 giorni dopo che le edicole di Manhattan vendessero tutte le copie del New York Times. Oggi siamo abituati, in un certo senso, alle restrizioni della nostra libertà. Siamo abituati ai lockdown, a quelli piccoli e a quelli generalizzati, magari anche al coprifuoco o alle chiusure obbligatorie. Nessuno di noi, però, ha mai visto sistemi di tracciamento così efficienti come quelli cinesi. 

Qualcuno dirà che, in effetti, in Cina ci sono riusciti. A Wuhan e Hangzhou, oggi, ballano e sparano nei cieli notturni meravigliosi giochi pirotecnici perché l’epidemia è quasi un ricordo lontano, mentre in Occidente i sistemi sanitari sono al collasso e si continua a morire in ambulanza. Sì, in parte è vero, in Cina ci sono riusciti. 

Ma a che prezzo?

Paul Eluard, clandestino, nella Parigi occupata dai nazisti del 1942, scriveva parole immortali. Su ogni pagina che ho letto, su ogni pagina che è bianca, sasso sangue carta o cenere, scrivo il tuo nome. […] Sopra i vetri di stupore, su le labbra attente, tanto più su del silenzio, scrivo il tuo nome, sopra i miei rifugi infranti, sopra i miei fari crollati, su le mura del mio tedio, scrivo il tuo nome. […] Sui gradini della morte, scrivo il tuo nome, sul vigore ritornato, sul pericolo svanito, sull’immemore speranza, scrivo il tuo nome. E in virtù d’una Parola, ricomincio la mia vita, sono nato per conoscerti, per chiamarti Libertà.

Sono molto poche le parole che, nella storia degli esseri umani, hanno la stessa importanza di questa. Libertà. Per Gorgia, Elena è innocente perché è libera di tradire Menelao e fuggire a Troia con Paride. Scevri da giudizi sulla sua colpevolezza, non possiamo che concordare che Elena fosse libera. Che fosse libera di scegliere. 

Siamo come Eluard, siamo come Elena. Liberi e desiderosi di libertà. Solo in nome della nostra libertà futura, possiamo accettare che la nostra libertà presente venga inficiata, limitata, posta sotto controllo perché la pandemia ci costringe a cedere a compromessi. Ma il fine è sempre quello di riaverla. Di riavere la nostra libertà. 

Il virus ci confonde. Ci rende deboli, ci pone gli uni contro gli altri, negativi e positivi, sani e infetti, anche dentro alla stessa famiglia. 

Il virus ci impaurisce. E l’uomo impaurito e debole può cedere al controllo, può arrivare ad accettare che un sistema di controllo di massa, puntuale e peravasivo, ne spii la vita intima, i movimenti reali e virtuali e invii i dati ad un server centrale. Ad un occhio che vuole controllare tutto. 

Ma noi siamo come Eluard, siamo come Elena.