IoT – INTERNET OF THINGS o Quando è la macchina a scegliere

Internet of things. Un neologismo che non esiste da troppi anni per descrivere una realtà che, tuttavia, è sempre più presente. Internet delle cose. Capire di che parliamo è abbastanza facile: IoT significa estendere l’accesso alla rete al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti. La realtà virtuale diventa realtà fisica. 

Qualche anno fa, molti avrebbero l’avrebbero chiamata Sci-Fi, fantascienza. E poi anche i più scettici hanno dovuto ricredersi.  

Pensa ad Alexa. Un sofisticato sistema di tecnologia made-in-Amazon che puoi comprare a pochi euro. Ormai, ti sembrerà un oggetto banale, eppure Alexa è uno degli epigono dell’Internet of Things

Se sei nato negli anni ‘70, ti ricorderai anche tu di quel Back to the Future di Zemeckis che ha rivoluzionato la storia del cinema fantascientifico. E forse te lo ricordi anche se sei nato più tardi. Sì, perché Michael J. Fox e la sua DeLorean DMC-12 hanno fatto la storia. 

Io me lo ricordavo benissimo. Da ragazzino, Ritorno al futuro mi teneva incollato allo schermo. Un po’ come Hazzard o il mitico Supercar

L’indiscussa protagonista di Supercar era proprio una macchina, un’auto potenziata da far impallidire la Batmobile. Era una Pontiac Firebird Trans Am del 1982. Nera fiammante. A bordo, c’era KITT, un computer una vera intelligenza pensante. KITT aveva persino la capacità di provare sentimenti e stati d’animo. Sapeva parlare, calcolare i percorsi, valutare le condizioni del traffico, ottenere informazioni su chiunque e collegarsi alle videocamere presenti nei dintorni per osservare quello che stava accadendo. 

Insomma, niente di speciale. Sì, perché molte di queste straordinarie capacità che incantavano la mia generazione, negli anni ‘80, oggi sono scontate. Qualsiasi macchina, adesso, può calcolare percorsi e valutare le condizioni del traffico. E alcune auto, come quelle made in Tesla, sono in grado di attivare le modalità che rendevano KITT una vera super-intelligenza, come la videosorveglianza o i comandi vocali. Quindi sì, niente di speciale. 

Forse pensavi di non aver mai sentito parlare di Internet of Things? Ti sarai dovuto ricredere, perché ne vieni a contatto ogni giorno. 

Quante volte al giorno senti i termini smart house, smartwatch o smart city? Con l’arrivo del famigerato 5G e di un nuovo potere di calcolo in grado di elaborare informazioni provenienti dagli “oggetti connessi”, potrebbero nascere città intelligenti. Interi agglomerati urbani che elaborano dati continuamente grazie ai sensori installati su ponti e viadotti. 

Insomma, se quelli della mia generazione si facevano affascinare dalla Dodge Charger del ‘69 dei cugini Duke, oggi a esercitare fascino su di noi sono le città pensanti.

Un concetto che, tuttavia, nasconde un altro risvolto della medaglia. Lasciare libero accesso a internet agli oggetti implica un enorme grado di fiducia da parte nostra. 

Ma parliamo di oggetti, di cose. 

Saranno in grado di elaborare correttamente i dati? E quando saranno chiamati a fare delle scelte, come si comporteranno? Gli oggetti connessi a internet sapranno essere morali? 

Il dilemma di Isaac Asimov si ripropone. Solo che il grande scrittore americano lo immaginava proiettato in un esercito di robot. Oggi, la possibilità più concreta è che un esercito di macchine a guida autonoma sfidino i criteri morali a cui tutti siamo abituati. 

Immaginiamo la scena più classica del mondo. Un’auto a guida autonoma procede a 100 all’ora su un rettilineo che si trova, guarda il caso, sul ciglio di un burrone. Appaiono di fronte un gruppo di bambini. Frenare sarebbe inutile ma sterzare bruscamente porterebbe l’auto a precipitare nell’abisso. Un problema di fronte a cui anche il più morale degli essere umani non saprebbe come comportarsi. 

Cosa farà la macchina? 

Ci ha pensato il MIT di Boston. Un gruppo di ricercatori ha realizzato un sondaggio su scala planetaria chiamato Moral Machine. Hanno ottenuto 40 milioni di risposte. 

Ma quali erano le domande?

Ogni partecipante vedeva prospettarsi sullo schermo una certa scena di incidente. Doveva indicare chi fosse più giusto salvare e chi, quindi, andava più “moralmente” sacrificato. Se il guidatore è solo e rischia di investire dodici bambini, chi andrebbe salvato? Se il guidatore invece accompagna quattro bambini, ma di fronte a lui ci sono due bambini, chi dovrebbe essere salvato? 

Dunque, i parametri dovrebbero essere l’età, il genere, il numero di soggetti coinvolti.

Lo studio del MIT ha fatto emergere le tendenze generali che, probabilmente, già ci aspettavamo. In Occidente, si tende a preferire la vita dei bambini, su cui si crea un generalizzato sistema di fiducia. In Oriente, specie in Giappone, si tende nettamente a salvare gli anziani, la cui esperienza di vita acquisita diventa indispensabile per gli altri. 

I paesi di tradizione “latina”, tendenzialmente cattolici quanto meno nella storia, come la Francia, la Spagna e tutti i paesi da queste influenzati in America e nel resto del mondo, tendono a concedere importanza enorme ai bambini e alle donne. 

I risultati dello studio potranno essere d’aiuto alle aziende che progettano algoritmi morali per le auto a guida autonoma, perché ci sono troppe differenze tra esseri umani e, prima di far decidere le macchine, dovremmo capire cosa decidiamo in quanto esseri umani