Il caso WhatsApp: tanto rumore per nulla!

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WhatsApp

WhatsApp. Se mi conosci già, sicuramente il titolo ti ha stupito. Ti starai chiedendo come mai io, che da anni insisto sulla privacy e ogni giorno lavoro con la protezione dei dati, possa sminuire un problema di questa portata, dicendoti che si tratta di “tanto rumore per nulla“.

La verità è che sto cercando di attirare la tua attenzione, per sviscerare insieme il caso digitale più chiacchierato del momento.

Edward Snowden ha detto: “Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.”

Partiamo allora.

Whatsapp è una delle parole più googlate del momento. In tutto il mondo, gli utenti si interrogano sull’ormai famigerato avviso che in questi giorni è apparso a chiunque abbia aperto l’app di messaggistica. 

Sì, probabilmente te lo stai chiedendo anche tu. Oppure non saresti approdato su questa pagina. Che cosa sta accadendo a casa WhatsApp? Cosa cambierà a partire dall’8 febbraio? 

Niente. Se sei un cittadino europeo, per te non cambierà sostanzialmente nulla. E sei anche libero di non credermi. Tuttavia, se avrai un attimo di pazienza e continuerai a leggere, ti spiegherò in poche parole cosa c’è dietro questo enorme caso mediatico. 

Il caso WhatsApp: l’avviso della nuova privacy

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Come dicevamo prima, se hai aperto uno di questi giorni, l’app di messaggistica istantanea  più diffusa nel mondo, ti sarà apparso un avviso che recita più o meno così: WhatsApp sta aggiornando i propri termini e l’informativa sulla privacy. 

Già da qualche giorno, i vertici di Menlo Park hanno deciso di lanciare l’avviso e possiamo ammettere che, in effetti, non sono stati troppo bravi a comunicare. Il messaggio apparso gli utenti è infatti poco chiaro ed ha facilmente dato adito ai toni scandalizzati che abbiamo letto sui giornali: Toccando “accetto”, accetti i nuovi termini e l’informativa sulla privacy, che entreranno in vigore l’8 febbraio 2021. Dopo questa data, dovrai accettare questi aggiornamenti per continuare a utilizzare WhatsApp. Puoi anche visitare il centro assistenza se preferisci eliminare il tuo account e desideri ulteriori informazioni

Insomma, o ti adegui o smetti di utilizzare WhatsApp. Un ricattino in salsa tech che non è piaciuto a nessuno. Anche perché la stragrande maggioranza dei lettori dell’avviso – se non addirittura la totalità – non ha neppure capito a che cosa si sarebbe dovuto adeguare. 

Il polverone che ne è derivato, però, non è tutto dovuto alla scarsa capacità di comunicare della corte di re Zuck. Anzi, si deve soprattutto alla mania dei giornalisti italiani di offrire titoloni allettanti agli utenti di internet per costringerli a cliccare sui loro articoli. 

WhatsApp ruba i nostri dati. 

Allarme violazione: WhatsApp regala i nostri dati a Facebook.  

WhatsApp obbliga gli utenti a regalare i dati a Facebook. 

Questi sono solo alcuni dei titoli che la stampa italiana ci ha regalato negli ultimi giorni. Ed è proprio grazie a questi titoli (anche molto più dei relativi articoli) che si è scatenato lo scandalo. 

Cosa c’è di vero? Nulla. Tuttavia, è prassi ormai diffusa – nel giornalismo web – gonfiare qualsiasi notizia che possa farci guadagnare un po’ di visite sulla nostra pagina. 

Se ti ricordi, infatti, non è assolutamente la prima volta che WhatsApp cambia le proprie condizioni sulla privacy; non è la prima volta che lo comunica attraverso avvisi dal dubbio impatto comunicativo; non è la prima volta che obbliga gli utenti ad accettare le nuove condizioni pena la cancellazione dell’account. 

Insomma, si tratta solo di un banale caso di clickbait? Per un buon 80%, posso risponderti di sì. Mai prima di oggi, la stampa si era interessata in modo così profondo ai cambiamenti contrattuali che molte volte, nel corso del tempo, WhatsApp ha apportato. E di conseguenza non si era mai creata questa presunta fuga di milioni di utenti che lasciano l’App di Menlo Park per transitare su Telegram. 

Ma andiamo con ordine. Non è tutto clickbait. In parte, è vero che Facebook intende cominciare a condividere con WhatsApp i dati degli utenti, ma non c’è ragione per cui questo possa metterci paura. 

Il caso WhatsApp: la difesa del GDPR e perché non dovremmo avere paura di nulla

Allora, la nuova informativa sulla privacy ci informa che – a partire dall’8 febbraio 2021 – i dati degli utenti di WhatsApp verranno condivisi con le altre app del pacchetto Facebook, con tutte le piattaforme cioè che appartengono alle società di Mark Zuckerberg. 

In altre parole, se clicchi su Accetto, i tuoi dati WhatsApp verranno condivisi con Facebook. 

Questo è vero soltanto per quanto riguarda l’informativa nella sua versione americana. Nelle varie informative europee, infatti, da quella italiana a quella greca, compresa quella britannica, non c’è traccia della clausola del contratto che prevede la condivisione dei dati tra Facebook e WhatsApp. 

Come è possibile? Te lo spiego subito.  

In Europa, le regole sono completamente diverse. Forse lo sai, forse no, il 25 maggio del 2018, l’Unione Europea ha introdotto un rigido regolamento sulla protezione dei dati che è noto come GDPR: General Data Protection Regulation. Il GDPR è una vera e propria arma di difesa, un po’ come lo scudo al vibranio di Captain America o l’armatura di oro e titanio di Iron man. Insomma, non possiamo perdere. 

Ai sensi di questo regolamento, infatti, i dati personali dei cittadini europei non possono essere utilizzati sul web da terze parti per scopi commerciali. Insomma, questa condivisione di dati tra Whatsapp e Facebook, in Europa, non potrà avvenire mai. O almeno finché sarà in vigore il nostro GDPR. 

Nel 2018, quando il regolamento è entrato in vigore, WhatsApp – se ancora interessata al mercato europeo – è stata costretta a spostare in Europa i suoi server di conservazione dei dati, costituendo una società apposita, WhatsApp Ireland che ha sede a Dublino ed è, di fatto, distaccata da WhatsApp Inc che ha sede a Menlo Park, in California. 

Il vero grande errore di Whatsapp, in questo caso specifico, è stato non tanto il modo (sbagliato) di comunicare le modifiche, ma lo scarso preavviso che ha concesso ai suoi utenti.

Se ben ricordi, l’art. 5 del GDPR insiste sopratutto su tre concetti: lawfulness, fairness and transparency. Liceità, correttezza e trasparenza. Sottoporre un nuovo regolamento obbligatorio e offrire agli utenti (che saranno obbligati ad accettarlo) un preavviso così breve, va certamente contro la fairness a cui il GDPR (e il buon senso) ci chiama, contro la correttezza.

Ecco perché Whatsapp ha già fatto marcia indietro sui tempi, ma questo te lo spiego nel prossimo paragrafo.

Il caso WhatsApp: che cosa succede in America?

Ora che abbiamo capito che in Europa, di fatto, non cambia nulla, possiamo anche spostarci oltreoceano per scoprire che nemmeno i cittadini americani hanno qualcosa da temere dal cambiamento della politica sulla privacy di WhatsApp. 

Tanto più che, dopo la pioggia di critiche che l’ha investito, re Mark si è convinto a posticipare al 15 maggio l’accettazione dei termini della nuova politica privacy. Insomma, dall’8 febbraio non cambia nulla nemmeno oltreoceano.

Sì, perché anche laddove la condivisione di dati tra Facebook e WhatsApp ci sarà effettivamente, bisognerà capire che questi dati non sono affatto quelli che potremmo immaginare. O quelli che sono stati insinuati dai nostri giornali negli ultimi tempi. 

Quali sono? Facebook e WhatsApp condivideranno dati pubblici, come il numero di telefono (che molti già rivelano a Facebook per ragioni di protezione dell’account in modo da ricevere un sms ogni volta che si registra un accesso non abituale); come l’immagine del profilo, visibile già a chiunque abbia il nostro numero o, al più, il cosiddetto stato di WhatsApp. 

E si tratti di problemi perfettamente risolvibili perché, in fondo, nessuno ti obbliga a condividere qualcosa sullo stato o a condividere una foto in cui sei riconoscibile sul tuo profilo. 

Stai ridimensionando il problema? Spero di sì.

Nessuno potrà mai leggere le tue conversazioni, se è questo quello che temevi. 

Il caso WhatsApp: la crittografia end-to-end

Se pensavi che i giullari di Re Mark potessero spiare le tue conversazioni WhatsApp, a partire dall’8 febbraio, per la gioia e il gaudio della corte di Menlo Park, ti sbagliavi di grosso.

La chat di WhatsApp, come ci assicura l’azienda, è protetta da un sistema efficacissimo di crittografia noto come end-to-end. Ti ricordi cosa è un sistema di crittografia? Puoi leggere il mio ultimo articolo per rinfrescarti la memoria

Insomma, l’end-to-end significa che esistono solo due chiavi di cifratura in una chat di WhatsApp, quella posseduta da chi scrive e quella posseduta da chi legge. Nessuno può intromettersi dall’esterno. 

Se io chatto con Jennifer Aniston, solo io e Jennifer Aniston possiamo leggere la nostra conversazione. E, a meno che qualcuno non rubi l’account o il dispositivo a uno dei due, nessuno saprà mai cosa io e Jennifer Aniston ci siamo scritti. 

Il caso WhatsApp: la questione dei dati personali 

Sinceramente, ho trovato un po’ singolare la protesta degli utenti di fronte a questo cambiamento di privacy policy. Non perché io mi fidi ciecamente di WhatsApp, ma perché la protesta arriva da quegli stessi utenti che, troppo spesso, accettano e spuntano affermativamente tutte le possibili informative presenti sul web senza neanche leggerle. 

Temere per la propria privacy in un mondo ormai tutto digitale è assolutamente legittimo: per questo esistono difese concrete come il GDPR, la Corte Europea, il Garante della Privacy in Italia. 

Ipotizzare complotti orditi dai vertici di WhatsApp per spiare le tue conversazioni private è, invece, fantasioso per non dire totalmente assurdo. 

Voglio ricordarti che, quando accetti un’informativa o accedi ad un’applicazione (soprattutto se gratuita), stai automaticamente fornendo a qualcuno, a qualche server sperduto, le tue informazioni personali. 

Facebook è gratis. WhatsApp è gratis. Instagram è gratis. Come pensi che questi colossi del web possono guadagnare se nessuno dei suoi utenti li paga? 

I loro imperi derivano esclusivamente dai tuoi dati personali che diventano la merce venduta da Facebook agli inserzionisti. Se Facebook è gratis, è perché lo paghi con il tuo tempo. Tutti lo paghiamo con il nostro tempo. Ed è il nostro tempo e le nostre informazioni personali che Facebook vende agli inserzionisti, traendone ricavi immensi. Comprano la nostra attenzione.!

Giusto? Sbagliato? Probabilmente giudicare non spetta né a te né a me. 

L’universo Google-Facebook è basato sugli investitori pubblicitari: tutti i tuoi dati personali diventano preziosissimi perché, una volta raccolti, vengono ceduti e usati sempre a vantaggio di qualcun altro, perché qualcun altro possa guadagnarci. 

Probabilmente questo modello di business ti sembrerà poco etico, eppure l’hai accettato nel momento stesso in cui ti sei registrato su Facebook, su Instagram o su WhatsApp. 

Potrai anche credere di ovviare il problema, transitando su Signal (su cui saresti quasi da solo) o su Telegram (in cui si apre un orizzonte anche più ampio di problemi sulla gestione dei dati), ma non risolverai nulla.

L’unico vero modo per risolvere il problema è smettere di comunicare in questo modo. Il che nel mondo civilizzato è ormai pressoché impossibile, ma esiste sempre l’Antartide

I pinguini, per lo meno adesso, riescono a comunicare tra loro anche senza WhatsApp.