Genitori e Internet: il progetto di Max Valle

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genitori e internet

Genitori e Internet. Un tema sempre attualissimo che ci porta a fare i conti con questioni importanti e non trascurabili.

Il cyberbullismo. La pedofilia. La dipendenza da internet. La dipendenza dai social.

I nostri bambini e adolescenti sono sempre più infleunzati, specialmente in questo momento storico (asociale per necessità) dalla macchina dei like. E questo è spesso causa di conseguenze tragiche, che portano tutta la società ad interrogarsi su questi temi. Specialmente noi genitori.

Come anche recentemente è accaduto.

Genitori e Internet: Il delicatissimo ruolo di scuola e famiglia

Qualche tempo fa, il mio grande amico Max mi contatta per chiedermi un piccolo contributo da allegare all’appendice del suo ancora inedito volume, Genitori e Internet.

Si tratta di un progetto nato nel 2008 da un’idea di Max Valle, soprattutto a causa della grande richiesta da parte di scuole, genitori e Comuni.

I genitori, infatti, sono molto spesso impotenti di fronte a questi fenomeni, ma sono anche le persone più emotivamente coinvolte dal crollo psicologico dei molti ragazzi, le cui paure sono portate alle estreme conseguenze dal mondo di Internet.

Sì, perché i nostri figli hanno sempre avuto timori, paure, insicurezze, ma anche sogni, desideri, grandi ambizioni. Internet è solo uno strumento in cui tutto è potenzialmente esagerato. Un mondo in cui tutto sembra concesso, perché ogni cosa diventa finta, virtuale. La realtà diventa un flusso di bit.

Sono in molti a sottovalutare, quindi, le conseguenze che questo flusso di bit ha sulla realtà concreta che viviamo tutti i giorni.

Parlare della virtualità di Internet può essere fuorviante, perché nulla più nel mondo di Tik Tok e di Instagram è veramente virtuale. Ciò che accade nei social, si ripercuote nella realtà e, spesso, le consuguenza possono essere terribili.

Noi genitori molte volte non abbiamo competenze o conoscenze del mezzo tecnico e, troppe volte, limitiamo o addirittura omettiamo la necessaria supervisione sulla navigazione dei figli.

Genitori e Internet: Le conseguenze della mancata supervisione

Come scrive Max, molte volte i nostri ragazzi hanno molta più competenza in materia di tecnologia di noi genitori.

Questo provoca una carenza educativa che mette a rischio i figli, esposti ai pericoli della rete.

“Io mi fido di mio figlio”, è quella frase che i genitori usano per giusitificare in un certo modo una falsa convinzione. Poiché Internet è una selva, piena di pericoli, e la convinzione che i nostri figli – dentro le mura di casa – siano sempre al sicuro, sappiano sempre ciò che fanno, è la causa principale dei problemi di cui accennavo all’inizio.

Maggior controllo e maggiore supervisione comportorebbero una riduzione sensibile della circolazione di materiale pedopornografico su Internet, dell’impatto del cyberbullismo, dell’aumento sempre crescente di Internet Addicted Disordere (la dipendenza dalla navigazione) e della piaga dei suicidi giovanili.

Sottovalutare il fenomeno è un errore che noi genitori (ma anche tutta la società) non possiamo più permetterci di ripetere.

Genitori e Internet: Il mio contributo

Quando Max mi ha chiamato per chiedermi una breve appendice per il suo Genitori e Internet, mi sono immediatamente ricordato di una fiaba dei Grimm tristemente famosa.

Una fiaba che tutti noi conosciamo, spesso sottovalutandone le origini, Il Pifferaio di Hamelin. Ho deciso di allegare a questo articolo il mio contributo, nella speranza che più persone possibili comprendano il messaggio sempre attualissimo che già nel 1812, quando ancora Internet non era nemmeno concepibile, Jacob e Wilhelm Grimm volevano trasmetterci.

Genitori e Internet: Hamelin, bambini e web

Nella discussa e macabra fiaba del Pifferaio Magico, i fratelli Grimm raccontano la storia di un suonatore che libera con le sue note la città di Hamelin dall’invasione dei ratti. Quando il borgomastro si rifiuta di pagarlo, il pifferaio si vendica portando per sempre con sé – con la potenza del suo strumento – tutti i ragazzi della città che annegano, inesorabilmente, nel fiume Weser.

Per punire la città che disattende la promessa di un lauto pagamento, il pifferaio decide di colpirla al cuore. Qualunque sia la morale, è evidente che, per una società, il più grande dolore è attentare ai suoi bambini. Tutti siamo stati bambini; tutti conosciamo i sogni di questa tenera età. L’infanzia ci appartiene.

A volte le leggi del racconto sono più ferree e rigorose di quelle della realtà. I bambini di Hamelin non possono sottrarsi alla magia del pifferaio. Lo richiede la legge della narrazione.

Potranno, allora, i nostri bambini sottrarsi ai tanti rischi che corrono mentre navigano nella Rete? La risposta non può che essere positiva. Il suono dei pifferai, nella Hamelin digitale del Web, non è ineluttabile. Educati al senso della realtà, accompagnati dai genitori e dalla scuola, essi potranno scansare gli ostacoli e diventare adulti maturi e responsabili.

La difesa dei minori è, senza dubbio, uno dei termometri più sensibili per misurare la maturità sociale di una democrazia. Sebbene sia universale la volontà di proteggere l’infanzia nelle sue fasi di crescita, è risaputo che in vaste aree del mondo la dignità del bambino sia gravemente violata. La violenza contro i meninos nei sobborghi delle città brasiliane; il problema della prostituzione infantile nel Sud-Est asiatico; il dramma delle spose bambine; questi sono solo alcuni dei drammi a cui va incontro l’infanzia nel nostro mondo.

Anche nel mondo digitale si ripropone con urgenza il tema della difesa dei bambini. Più precisamente: saremo capaci di difendere la privacy dei minori durante la loro connessione? 

Posto che la connessione è ormai iperconnessione, assistiamo – talvolta con preoccupazione – al dispiegarsi quotidiano dell’equazione che fa coincidere il tempo della rete con il tempo della realtà, il virtuale con il reale. Alla luce di ciò, il quesito si fa molto più drammatico: siamo capaci di proteggere l’esistenza dei nostri bambini? 

È chiaro a tutti che i social, nelle diverse espressioni, non sono più dei modi per erogare dei messaggi. Il medium non è solo un mezzo. Il social è diventato palcoscenico, luogo esistenziale dove il pericolo è consistente, in agguato quanto in una foresta reale. 

Quanti adolescenti sono stati adescati in una chat con la promessa di una ricompensa? 

Quanti bambini sono stati bullizzati attraverso una tempesta di messaggi? Quanti ragazzi hanno rischiato la vita per un tragico videogioco dove il confine tra realtà e virtuale è saltato per sempre? 

Nella vetrata della Cattedrale di Hamelin, qualcuno ha dipinto un gruppo di bambini incantati che segue un suonatore vestito da colori sgargianti. Il pittore ha immaginato quell’abito colorato perché, insieme alla musica irresistibile del piffero, servisse ad attrarre i bambini. L’apparenza maschera le terribili intenzioni del pifferaio.

Nel 1200 ad Hamelin, serviva forse il fascino dei colori e un piffero magico per trascinare i bambini nel Weser. Nel 2020, sul Web, ingannare un bambino è diventata un’operazione certamente più semplice, talvolta pericolosamente sistematica. Chiunque può pericolosamente improvvisarsi pifferaio.

Negli ultimi anni, in forza di ciò, il problema della protezione dei dati nel web si è imposto prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica polarizzando in maniera particolare l’interesse del legislatore. È evidente che una legislazione attenta al tema della protezione dei minori sia una straordinaria diga contro certi rischi. Ma non basta.

Cosa serve allora? Occorre che i ragazzini siano accompagnati in maniera pedagogica nella scoperta di questo mondo, straordinario e affascinante. Mentre il legislatore deve difendere, arginare, punire gli eccessi; le famiglie, i genitori,

la scuola, gli adulti devono accompagnare i piccoli nella scoperta. Non si tratta di sostituirsi alle loro scelte, ma di renderli consapevoli ad affrontare con serietà e responsabilità tutto ciò che costituisce sia il mondo virtuale che il mondo reale. Ad esempio, è fondamentale l’educazione al desiderio. 

Non si può desiderare tutto. Una società, che allarga a dismisura il desiderabile per poi frustare il desiderio con gli inevitabili limiti della propria struttura sociale e politica, non crea buona cittadini. Allora l’ iperconnessione può divenire una tragica evasione dalla realtà, come il bambino giapponese incapace di staccarsi dalla tastiera. Educare al limite allora significa “accompagnare” al senso della realtà. La costruzione di una grande opera richiede tempo e fatica. 

L’affermazione che lo spazio è superiore al tempo significa, in fondo, che per tutto ci vuole sacrificio. Anche la difesa dell’infanzia richiede lo sforzo e il tempo di tutti, non soltanto dei genitori. Non possiamo lasciare soli i nostri bambini. Essi, e noi tutti, corriamo il rischio della novella di Hamelin. Un pifferaio arriva e li porta tutti con sé.

Ma noi siamo esenti dalle leggi della narrazione: siamo chiamati a entrare a forza nella fiaba per cambiarne, ogni volta, il tragico finale.

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