PRIVACY O SE VINCI CONTRO GOOGLE MA LA TUA VITTORIA È, IN FONDO, UN PAREGGIO

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Privacy. Più che parola dell’anno. Qualcuno suggerisce, addirittura, che sia la parola del decennio. 

Gli anni ‘10 del 2000. Gli anni del selfie, dei meme, del clima e del populismo. Ma, anche e soprattutto, gli anni della privacy. Così canterebbero gli 883 in una ipotetica canzone sul nostro decennio. Gli anni del GDPR. Il famigerato regolamento europeo sulla protezione dei dati. 

In verità, la privacy è di certo un concetto più antico dei selfie e dei meme. Alla ribalta, da molto prima che il clima diventasse un argomento di pertinenza dell’ONU, da prima che il populismo conquistasse le pagine di tutti i giornali dell’Occidente. 

La privacy era già nota agli antichi greci. Certo gli ateniesi del secolo di Pericle la chiamavano οἶκος, famiglia. Ma avevano ben presente la differenza tra la sfera privata e quella pubblica, quella della casa e quella della polis. 

Di right to privacy, parlavano i grandi Brandeis e Warren nel XIX secolo. Nel XX secolo, in Germania si discuteva dell’importanza del diritto della sfera personale. In Italia, quando Tempo pubblica, sul finire degli anni ‘30, dettagli intimi sulla vita di coppia di Claretta Petacci e del suo noto amante, la redazione del settimanale subisce una denuncia. 

Insomma, privacy è una parola importante da molto prima del GDPR. 

È anche vero, però, che il Regolamento Europeo ha di certo segnato uno spartiacque nella storia della privacy e l’ha resa un concetto immediato, necessario, fruibile da tutti. 

Il GDPR ci impone la privacy. Ma fa molto più di questo: tutela la libertà delle persone, partendo dalla protezione dei dati personali. Che siano stati raccolti consapevolmente o inconsapevolmente. 

Diritto all’informazione. Diritto di accesso. Diritto alla rettifica. Diritto di revoca del consenso. Diritto di opporsi. Diritto di opporsi al trattamento automatizzato. Diritto all’oblio. 

Sono questi, ai sensi del GDPR, gli 8 diritti fondamentali degli interessati. 

È mio diritto, cioè, chiedere all’azienda informazioni sull’uso che intende fare dei miei dati personali. 

È mio diritto accedere ai dati che vengono trattati e richiederne delle copie. 

È mio diritto chiedere modifiche se dovessi accorgermi che i dati non sono accurati o non sono aggiornati. 

È mio diritto ritirare il consenso al trattamento, anche se l’avevo precedentemente concesso. 

È mio diritto oppormi al trattamento dei dati. 

È mio diritto chiedere la cancellazione dei miei dati personali. 

In teoria, ognuno di questi diritti ha pari dignità e io potrei usufruire di uno di qualsiasi di questi in qualsiasi momento. 

Nella pratica dei fatti, però, il diritto all’oblio è quasi sempre disatteso. Ed è, senza dubbio, il più difficile da ottenere. 

Lo sa bene Mario Costeja Gonzales. Che tutto avrebbe voluto meno che vedersi citato in questa pagina da me. 

Mario è un onesto cittadino spagnolo. E, in quanto tale, non riesce a sopportare che – digitando il suo nome sul searchbar di Google – Big G riveli un post sui suoi debiti verso le Casse reali spagnole. Debiti che gli hanno costato la messa all’asta della sua abitazione, più di 16 anni fa. Debiti che il nostro caro Mario ha estinto. Ci sono link in cui addirittura si fa riferimento ad aspetti privati della sua vita. E link in cui si può trovare una sua fotografia. 

Il nostro amico Gonzalez non riesce a ottenere quello che vuole dai vertici di Mountain View ed è per questo che si rivolge direttamente al centro dell’Europa, ai piani alti dell’UE. 

È il 14 maggio del 2014. Mancano ancora due anni prima che qualcuno senta parlare di GDPR. Le 49 campane della Cattedrale di Bruxelles suonano, festanti, i rintocchi del mezzogiorno. I giornalisti adunati a Rue de la Loi registrano, con sorpresa, e danno notizia della discussa sentenza che la Corte di Giustizia UE ha appena pronunciato. 

I giudici di Bruxelles danno ragione ad un cittadino spagnolo sconosciuto, tale Mario Costeja Gonzales. Da Internet si può e si deve scomparire quando si vuole. 

Le campane non hanno ancora finito di suonare. Mario Gonzales già lo sa. Google incassa il colpo. Dei suoi debiti col fisco dei Borbone di Spagna nessuno saprà più nulla. 

O quasi. 

A Mountain View, il gigante Google è in effetti un po’ deluso. La sentenza ha aperto una breccia in uno scenario inedito. 500 milioni di cittadini UE hanno diritto a chiedere a Big G di rimuovere i link. Il diritto alla privacy prevale sulla libertà di espressione e informazioni. 

Povero Google neanche immagina che da lì a 700 giorni, Bruxelles gli sferrerà un gancio destro memorabile. Il più potente che ricorderà: la pubblicazione del Regolamento Europeo sulla protezione dei dati. 

Ma intanto torniamo da Mario Gonzales e lasciamo stare i tafferugli tra l’emiciclo di Bruxelles e i vertici di Google. 

Mario è soddisfatto. 

Poi trascorre un anno. Marzo 2015 e Mario nota che Google ha fatto sparire i link sui debiti, ma ora il suo nome è molto più famoso di prima perché tutta l’Europa sa che ha chiesto e ottenuto la cancellazione di quei link. Perché grazie a lui, ogni cittadino Europeo, da Stoccolma a Lampedusa, può usufruire del famigerato diritto all’oblio. 

Mario Gonzalez è abbastanza arrabbiato. Scrive all’Autorità spagnola per la tutela della privacy. I grandi di Bruxelles hanno concesso a chiunque l’oblio: che la Spagna adesso ordini immediatamente a quel vigliacco di Google di de-indicizzare i post che ripercorrono la sua vicenda personale. 

A Calle Jorge Juan, però, a due passi del Parque del Retiro soffia un vento diverso, stavolta. Secondo il Garante della privacy spagnolo, infatti, Google ogni tanto ha ragione. L’URL che si chiede di de-indicizzare include informazioni che sono personali – è vero – ma sono altrettanto rilevanti per il pubblico, sono di interesse internazionale e non obsolete. Anzi, di schiacciante attualità. 

Insomma, le informazioni al procedimento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea C 131/12 di Costeja Gonzales contro Google Inc. non possono assolutamente essere cancellate dal web. 

Come dar loro torto. Mario contro Google, 1 a 1 e palla al centro. 

Forse ora ti chiederai la morale della favola. Mario Costeja Gonzales ha fatto la storia della privacy. Grazie a lui, io e tu possiamo chiedere a Google di cancellare dalla memoria del web informazioni scomode. Certo purché non siano di interesse pubblico per qualche ragione. 

In quel caso, potrebbe capitare a noi ciò che è successo a lui. Gonzales ha regalato l’oblio all’Europa, ma l’Europa – proprio per questo – l’ha dovuto negare a lui. 

Gli eroi esistono. Sono tra noi. 

Possiamo immaginare Gonzales come un Tony Stark della privacy. Uno che ha salvato il mondo sacrificando sé stesso. Con tutte le dovute distinzioni. 

Se vi serve aiuto da Stark, potete trovare Iron Man a Cliffside Dr &, Birdview Ave, Malibu, CA 9026, California, Stati Uniti. 

Non chiedermi l’indirizzo di Mario Gonzales, però. Lasciamogli quel poco di privacy che gli resta. 

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