ZERO o se innovare significa tornare al punto di partenza

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Zero

Zero. Un numero e una parola. 

Un numero che i romani non conoscevo, non concepivano. I greci lo chiamavano μηδέν che significa niente. E così i romani, nihil, in latino nulla. Ma μηδέν e nihil non erano un numero, era solo un concetto. A Roma, ai tempi di Augusto, non potevano immaginare che il niente fosse un numero. 

Nessuna delle civiltà cosiddette occidentali conosceva lo zero

Ricordati questo aspetto singolare perché è altamente simbolico e tornerò a parlarne. 

Se ci spostiamo dall’Occidente, ci accorgiamo come in altre civiltà, a Babilonia per esempio, o nelle Americhe precolombiane, lo zero esisteva eccome. 

A introdurre in Europa lo zero furono gli arabi. Lo chiamavano صفر che leggevano “sifr” o “zifr”: per gli europei abituati al latino il suono corrispondeva a zefiro, il vento di ponente. 

Zefiro, in effetti, è un vento che arriva senza annunciarsi e l’idea del vuoto gli era per questo facilmente accostabile. 

Zero. É una parola che si scrive allo stesso modo, sia in inglese che in italiano e così in quasi tutte le lingue occidentali. In Inglese, è facile da pronunciare. Si pronuncia ziiro [ˈzɪərəʊ]. 

Matematicamente, il suo valore è nullo, niente.  É il μηδέν dell’Atene di Pericle e il nihil della Roma dei Cesari. 

Valore e non valore che messo accanto ad un altro si trasforma nel segno dell’infinito. ∞. 

Il poeta Stanisław Jerzy Lec, che è sfuggito ad un lager nazista, ha scritto di non essere d’accordo con la matematica: “Ritengo che una somma di zeri dia una cifra minacciosa”. 

Per secoli assente dall’Occidente, oggi è il numero più usato, nel senso comune, nell’immaginario, nelle previsioni del futuro. 

Un numero e una parola che, a dispetto della sua neutralità matematica (è l’unico dei numeri reali né positivo né negativo), ha un’accezione quasi sempre benefica, positiva. 

Zero emissioni. Zero contaminazioni. Zero fregature. Zero limiti. Zero grassi. Zero barriere. Zero carbone. Zero consumi, chilometro zero

La nostra è, in effetti, la civiltà dello zero

Giungere allo zero è quindi una virtù in certi contesti.

Negli ultimi anni, l’interesse della speculazione matematica in riferimento allo zero è cresciuto. 

In The Nothing That Is. A Natural History of Zero, Kaplan inizia l’analisi con una bella promessa: “Guardando lo zero non si vede nulla ma guardando attraverso lo zero si vedrà il mondo”. 

Chi fa innovazione sicuramente si confronta continuamente con lo zero come è successo già in passato varie volte.

In particolare, nella storia, è interessante il fatto che diverse civiltà senza alcun contatto tra loro abbiano sviluppato indipendentemente questo strumento matematico, come se la scoperta dello zero fosse un passaggio obbligato nell’evoluzione dell’umanità.

Dalla cultura Hindu si è riusciti ad avere un primo sviluppo del numero in senso moderno. 

Il primo ad introdurlo in Italia fu il matematico Leonardo Fibonacci, nel 1202. 

Lo zero è molto importante nella storia della matematica perché ha permesso l’introduzione di numeri negativi, che prima non erano minimamente concepiti. 

Oggi, e nel futuro, come già accennato, chi parla di zero parla positivo.

In questo occidente così altamente consumista, dove l’abbondanza diventa un fattore negativo perché trasformato in spreco.

Un ritorno all’essenziale dove la vera innovazione trava suo compimento nel ritorno alla tradizione, nel riuscire ad azzerare tutte le esagerazioni del progresso e della sovrapproduzione.

L’Occidente deve togliersi la maschera che, nei secoli, l’ha portato a prosciugare le risorse del mondo. La civiltà dell’abbondanza, del tutto pieno, deve tornare al vuoto. 

Questo necessita una importante azione di consapevolezza: imparare a disimparare.

Alvin Toffler ha scritto: “Gli analfabeti del futuro non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare, e imparare di nuovo.”

Il concetto di distruzione creatrice elaborato da Schumpeter (1942), ci permette di meglio comprendere il concetto di innovazione radicale. Secondo lui è infatti possibile distruggere le vecchie regole per ripartire da zero creando simultaneamente qualcosa di nuovo (Sweezy, 1943). 

L’azienda che riparte da zero, allora, non recupera una crisi, ma si innova e si riorganizza. E molte volte questo può accadere per rispondere alle nuove esigenze del mercato. 

Ripartire dal niente è necessario. 

Andare oltre ciò significa ad esempio pensare ad un’economia disponibile a produrre solo ciò che serve e quando serve e capace di distribuire equamente ricchezza perché priva di quella avidità di fondo che spesso caratterizza il genere umano. O meglio, l’Occidente. 

I cambiamenti però possono portare ad una rivoluzione positiva o negativa. Spesso, il cambiamento è necessario ma altrettanto spesso si finge di non esserne consapevoli. 

Quando ero ragazzo, appassionato di fotografia compravo spesso dei rullini fotografici. 

Le mie pellicole preferite si chiamavano kodak gold perché promettevano di realizzare degli scatti con alta saturazione dei colori, colori vivaci e vividi.

Te la ricordi, la Kodak? Una azienda americana che nel 1963 si inventò la pellicola instamatic dando senso allo  slogan del suo fondatore. 

“Voi premete il pulsante noi facciamo il resto”.

Kodak aveva un monopolio quasi assoluto. Possedeva oltre il 90% del mercato. Un impero globale, con un regime economico che faceva invidia e gola a chiunque pensasse di concorrere. 

Il re di Kodak dominava il mercato dalla sua torre di 104 m, nel distretto di High Falls a Rochester, New York. 

130 anni di dominio quasi assoluto per arrivare al 2012 a dichiarare bancarotta.

Come è stato possibile questo tracollo?

Con l’avvento del nuovo millennio, le pellicole si facevano sempre meno necessarie. Il digitale stava per esplodere, per rendersi disponibile a chiunque, in qualsiasi momento. 

La crisi di bisogno del prodotto-simbolo della Kodak sembrava imponente. 

I rullini, improvvisamente, non erano più necessari. 

Bisognava cambiare tutto non rinnovando il prodotto ma ripartire da zero, concentrarsi sui nuovi bisogni dei propri clienti sforzandosi di pensare a prodotti e servizi nuovi. Bisognava avere il coraggio di trasformarsi da azienda chimica ad azienda digitale. 

Bisognava avere il coraggio di disimparare.

In realtà, Steve Sasson, un ingegnere di Kodak, già nel 1975, presentò al tavolo della direzione la prima macchina fotografica digitale ma la reazione del Consiglio fu di grande chiusura: “Ma è una fotografia senza pellicola! Carina, ma non parlarne con nessuno”. 

Kodak aveva perso di vista la sua missione. La sua mission, diremmo noi. 

Il vero obiettivo. E cioè quello di dare emozioni ai suoi clienti e non vendere pellicole. Esattamente come Coca Cola che non punta a vendere una bibita ma promette la felicità, o la Red bull che non propone una bevanda energetica che ti metta le ali. 

Un supporto nel superare i propri limiti. 

Ma il mercato è, in fondo, metafora della vita. E tornare allo zero, oggi, non è più una possibilità, è un imperativo morale. 

A questo Occidente vecchietto che ha consumato tutte le risorse disponibili, oggi i giovani gridano in migliaia – finalmente – di svegliarsi. 

Mentre sfilano per i viali di Parigi e di Amsterdam, parlano a tutti. 

Parlano alla civiltà del tutto pieno. Parlano a quelli che non conoscevano il vuoto e hanno dovuto impararlo dagli altri. Parlano a quelli che costruivano imperi ma non sapevano nulla di questo zero importato dall’Oriente. 

Parlano di tornare allo zero e sarà meglio che li ascoltiamo perché potrebbe già essere troppo tardi. O lo sarà presto. 

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